Chi sono

“Sono il Dottor Alessio Rocco Ranieri, ma tu chiamami Ale”

Psicologo, psicoterapeuta, docente, divulgatore, scrittore, fondatore della Psicologia Agapica. Se leggessi il mio curriculum ci troveresti lauree, master, certificazioni, specializzazioni…
Ma leggendo la mia storia troverai qualcosa di molto più significativo:
la storia di come, solo conoscendo il veleno, puoi conoscerne la cura.


Il bambino che sentiva troppo

Nasco a Bari. Famiglia umile: papà barbiere, proprio come suo padre, e madre casalinga. Infanzia e adolescenza segnate da una neurodivergenza non diagnosticata che, parallelamente a una moderata plusdotazione intellettiva, mi vestivano di “diversità”. Entravo facilmente nei ragionamenti articolati degli adulti, che però non avevano interesse a dialogare con me. L’arte e la musica mi provocavano frisson e pianti (vissuti rigorosamente di nascosto per non sembrare un debole). Possedevo quella che viene definita “empatia radicale”: la sofferenza degli altri esseri viventi (insetti compresi) mi faceva soffrire come fosse la mia. Più che deficit di attenzione era eccesso di percezione: spiccate capacità deduttive, sensibilità accentuata, curiosità ossessiva. Non serve immaginare quanto fossero inutili queste “doti” in un contesto di strada, in uno dei quartieri più malfamati della Bari degli anni 90…

Hard Rock Cafè Japigia

Quando qualcosa mi incuriosiva ero capace di approfondirla per ore ed ore senza mai stancarmi, così mi iscrissi al Liceo Classico. Fu un errore di calcolo: non tenni conto dell’impatto che le mie emozioni, sempre più disregolate, avrebbero avuto sulle performance scolastiche. Ero il primo a non capirmi, figuriamoci se lo avrebbero fatto gli altri! Il primo giorno di scuola, mentre i miei compagni sfoggiavano abiti firmati, io indossavo una maglietta modificata con la scritta “Hard Rock Cafè Japigia”. Era il nome del mio quartiere. Non avendo mai viaggiato non possedevo l’originale, così ne feci creare appositamente una che mi permettesse di giocare su quella faccenda. Pagai l’ingenuità di quell’umorismo non richiesto a caro prezzo. Avrei dovuto sapere che, in un ambiente in cui la prima cosa che ti chiedono è “cosa fa tuo padre” (e non di certo per sincera curiosità), non c’era spazio per quel tipo di comicità. Non ero al liceo classico, ero al liceo del classismo ma conformarmi, almeno per me, non era un’ opzione.

Dalla sdraio al servire alle sdraio

Il passare degli anni in quella scuola coincise con il peggioramento delle condizioni economiche della mia famiglia. Qualche anno prima ero un ragazzino che giocava al country club insieme ai figli degli altri soci. L’estate dei miei 14 anni varcavo lo stesso cancello ma non più da ospite, bensì da tuttofare. Imparai che anche il sole cambia a seconda di come lo guardi: lo benedici se ti ci stai rilassando, lo maledici se ci stai lavorando sotto.

Come un catalogo IKEA dei lavori di merda

Gli anni delle superiori fecero così da sfondo a decine di lavori, dai più umili ai più umilianti. Era come un catalogo IKEA, solo con lavori che nessuno avrebbe voluto fare. Pulii bagni, consegnai volantini, impastai pizze, spazzai capelli, sbarazzai tavoli… tutto questo mi diede un superpotere: capire immediatamente chi fosse in debito o in credito con la vita, ed io evidentemente ero fra i primi. Gli altri si concentravano sullo studio, io mi interrogavo sul come non sentirmi da meno rispetto a praticamente chiunque altro. L’insicurezza diventò una costante e avevo solo due modalità di funzionamento: in ansia o stremato da essa.
Ero stanco di faticare quando gli altri si divertivano, arrivai così a convincermi di una cosa: se proprio dovevo lavorare, l’avrei fatto a modo mio. Così, a 17 anni, ero riuscito a mettere a frutto una delle mie passioni, quella per la musica, reinventandomi organizzatore di eventi e dj. Coordinavo serate con centinaia di persone, mi divertivo, mi riusciva e avevo creato tutto io, dal nulla. Lanciai nello stesso periodo il mio primo progetto di video umoristici online, anticipando di anni quello che sarebbe diventato il trend del content making.

Sono o non sono il tuo “più grande fallimento”?

Ero un paradosso su gambe: fuori da scuola interloquivo e prendevo accordi con gente con il doppio o il triplo dei miei anni, facevo il dj, lavoravo in radio, giravo video e facevo interviste. Quei coetanei che sapevo essermi superiori di diritto, mi iniziavano a percepire come popolare, nonostante non avessi case intestate o il viaggio estivo, rigorosamente all’estero, organizzato. A scuola la sinfonia era ben diversa: per i professori, considerati i miei voti e la mia personalità, ero diventato quello che più temevano: un battitore libero. La macchia nera su un vestito candido ricamato di simpatie, antipatie, favoritismi e ingiustizie. Ho ben impressa l’umiliazione di una professoressa che, sul finire della scuola, mi fece alzare in piedi davanti a tutti per definirmi “il suo più grande fallimento”. Una parte di me oggi la capisce: la mia era un’operazione misurata per prendere esattamente il minimo dei voti nelle materie che non mi piacevano, così da dimostrare quanto me ne fregassi pur non rischiando di essere bocciato. Il giorno della maturità, mentre ero concentrato sulla prova scritta, mi sussurrò all’orecchio: “Non dovresti essere qui”. Uscii con il minimo dei voti, ma con una promessa scolpita nella rabbia: non avrebbe avuto ragione lei, che aveva provato a seppellirmi, ma non sapeva fossi un seme.

Vita 3 – Alessio 0, palla al centro

Accade sovente, a chi soffre profondamente, di essere attratto dalla psicologia, e io non fui da meno. Ma quando arrivò il momento di proseguire gli studi la vita ghignò. Mio padre mi giocò un paio di scherzetti. Il primo fu dirmi: “Vuoi studiare? Dovrai autogestirti. Retta, libri, vita. Tutto.” Lui mi avrebbe offerto un tetto e un letto che, fosse ribadito costantemente, non mi erano dovuti. La seconda fu farsi cogliere da un infarto che, per miracolo, non me lo portò via. Ciliegina sulla torta: non riuscii ad entrare alla facoltà di psicologia a Bari. Segnai un ottimo punteggio al test d’ingresso, peccato che il voto di maturità rendesse totalmente inutile la mia performance. Vita 3- Alessio 0. Palla al centro.


Secondo tempo

Decisi di non mollare e di iscrivermi a Chieti. Ero uno studente pendolare dell’università così come dell’esistenza. Mi alzavo alle 3 di notte per acchiappare il treno, dare gli esami e tornare in giornata. Dovetti anche rinunciare, a causa di quei ritmi, al lavoro con le serate. Ero di nuovo al punto di partenza: lavori sottopagati e saltuari, soddisfazioni non pervenute.
Presi tanti chili, persi tanti capelli.
La rabbia mi stava fagocitando ma se avessi voluto trarci qualcosa di buono l’avrei dovuta controllare e non farmi controllare da essa. Ci volle del tempo, ma lentamente quella mente “inconcludente” del liceo, libera dalle etichette arbitrarie dei professori e spinta dalla fame di riscatto, esplose durante la Laurea Specialistica, ottenuta finalmente nella mia città, con il massimo dei voti. Rifiutai la carriera da ricercatore. Quel mondo accademico era ricco delle stesse dinamiche in cui mi ero imbattuto alle superiori, e nonostante questa volta avessi imparato a dominarle, non volevo farle mie.

La partita sbagliata

Non smisi mai di affinare due abilità che si rivelarono cruciali: comunicare e intrattenere. Non fu un caso diventare uno dei primissimi divulgatori della psicologia in Italia. I numeri erano da capogiro: milioni di visualizzazioni che mi avrebbero portato nel tempo a collaborazioni con realtà del calibro di Feltrinelli, Sole 24 Ore, Discovery Channel… Avevo afferrato le logiche del digital marketing, e così misi a frutto questa intuizione iniziando a lavorare per alcune grandi realtà del mio territorio dai fatturati milionari. Per la prima volta, i soldi non erano più un problema. Avevo riconquistato (e superato) lo status perso. Avevo una bella auto, facevo bei viaggi e un bilancio che mi avrebbe permesso di compiere il sogno che la mia famiglia non aveva mai realizzato: comprare casa. Avevo vinto, ma allora perché non ero soddisfatto? Avevo forse giocato la partita sbagliata? Quel successo aveva un sapore metallico. Stavo usando i miei talenti per arricchire persone già ricche e non per curare gli altri! Mi presi il tempo per riflettere e decisi di cambiare scenario.

Piacere Alessio, sono Ale

Se dovevo cambiare dovevo farlo in maniera radicale. Passai la selezione di un programma di scambio che mi avrebbe permesso di fare da pedagogista a un bambino autistico, vivendo allo stesso tempo negli Stati Uniti d’America. Conobbi Gabriel, l’angioletto Asperger che mi iniziò al mondo delle neurodivergenze, lo stesso mondo che avevo abitato senza rendermene conto. Più imparavo di Gabriel, più capivo di me e, per la prima volta, mi presentai a me stesso. Tutte quelle stranezze, tutti quei momenti difficili, quella sensazione di essere costantemente fuori posto e il dover mascherare forzatamente la mia essenza pur di non sembrare troppo strano agli altri… tutto acquisiva un senso. Nello stesso periodo capii anche un’altra grande verità esistenziale: non volevo vendere, anzi odiavo proprio farlo. Io volevo curare. Quell’anno fu il più felice della mia vita fino ad allora: per la prima volta non stavo solo facendo, stavo Esistendo.

Ferita o feritoia?

Tornai in Italia con un obiettivo cristallino: non sarei stato un semplice psicologo. Avrei continuato a studiare e a investire sulla mia formazione. Dedicai a Gabriel la specializzazione sul sostegno scolastico per persone con disabilità e a me stesso la specializzazione in psicoterapia. Portai in anticipo sui tempi la Mindfulness a Bari, studiandola direttamente dai pionieri che l’avevano praticata in Silicon Valley. La meditazione diventò parte integrante della mia routine, questo mi permise, per la prima volta di convivere davvero serenamente con i sintomi della neurodivergenza che ormai avevo appurato. Le mie ferite erano diventate feritoie dalle quali far filtrare la luce della salvezza. Sapevo chi ero e cosa dovevo fare, così iniziai a farlo e non smisi più, conscio e grato di tutte le batoste che avevo preso, perché era proprio grazie a quelle sofferenze che ero stato forgiato in un “curatore ferito“.

Quello che hai appena letto e gli studi che ho condotto mi hanno permesso di condensare un sistema di riferimento gnoseologico che ho ribattezzato “Filosofia Agapica”, di cui la “Psicologia Agapica” è una branca. Questo è un paradigma finalizzato a dimostrare che esiste una funzione di amore incondizionato (Agape) che, se applicata, può curare non solo il singolo, ma la comunità. Se vuoi saperne di più clicca qui.

L’ultima sfida: lo specchio

Oggi ho finalmente realizzato il mio più grande desiderio: vivere curando le ferite altrui. Ma una nuova sfida si è erta all’orizzonte, forse ancor più aspra delle precedenti, poiché lo sfidante da battere è una persona abbastanza testarda… Oggi sento di dover sconfiggere la mia riluttanza a espormi sui social media, che nel frattempo ritengo essere diventati la fucina di narcisisti egomaniacali più densamente popolata e polarizzante della storia umana, seconda forse solo alla politica, per perorare la causa dell’ Amore Agapico. Non posso permettermi snobismi o rinunce, non posso indietreggiare solo perché il campo su cui si giocherà questa sfida è guasto. Voglio che la filosofia agapica salvi più persone possibile, proprio come ha salvato me prima ancora che le dessi un nome. Solo in questo modo potrò sentirmi in pace con il mio breve passaggio su questa terra.

Perché voglio urlare a gran voce che non conta se le circostanze della vita ti hanno convinto che non vali niente. Non conta se le persone che avrebbero dovuto validarti ti hanno riempito di etichette con su scritto “marcio” o “scaduto”. Non conta se ancora non senti di aver vinto. Io sento di non aver vinto un bel niente proprio mentre scrivo queste parole… eppure so che ci sarà qualcuno che leggendole si sentirà meno solo, più compreso, ed è questa consapevolezza che mi fa andare avanti, da vaso rotto e ricomposto mille volte quale sono, sapendo che avrò servito l’unica energia a cui sento di dovere tutto e che tutte le persone possono incarnare: l’Amore.

Le sofferenze sono il seme della vittoria.
Nutrilo d’Amore, fiorirà.